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    Ginevra 2025: i negoziati ONU sulla plastica si chiudono senza accordo

    By Redazione WyconiAgosto 17, 2025217 Mins Read
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    I rifiuti di plastica hanno invaso il nostro pianeta. Dai primi anni ’50 a oggi, l’umanità ha prodotto circa 10 miliardi di tonnellate di questo materiale, di cui oltre 8 miliardi sono già diventati rifiuti. Ogni anno, tra 10 e 15 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, e le proiezioni indicano che questa cifra potrebbe triplicare entro il 2050. La cattiva gestione di questa risorsa preziosa sta creando problemi di contaminazione a tutti i livelli, anche a quello microbiologico.

    Di fronte a questa emergenza, la comunità internazionale sta cercando di siglare un trattato globale e l’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente aveva fornito il mandato nel marzo 2022.

    La sessione ripresa del quinto incontro dell’INC, denominata INC-5.2, si è svolta dal 5 al 15 agosto 2025 nel prestigioso Palais des Nations di Ginevra. I numeri testimoniano l’importanza attribuita dai governi a questi negoziati: oltre 2.600 delegati hanno rappresentato 183 Stati membri, accompagnati da 400 organizzazioni osservatrici che includevano gruppi ambientalisti, rappresentanti dei popoli indigeni, giovani attivisti, ma anche lobbisti dell’industria petrolchimica. La presenza di 70 ministri e vice ministri, insieme a 30 altri rappresentanti di alto livello, ha sottolineato la rilevanza politica dell’evento. Dopo quasi tre anni di negoziati intensi, l’incontro di Ginevra rappresentava quindi l’opportunità di giungere ad un accordo.

    Eppure, nonostante le aspettative, il risultato non è stato quello sperato. La mattina del 15 agosto, alle 9:11, il Presidente dell’INC Luis Vayas dell’Ecuador ha dovuto aggiornare la sessione sine die, ovvero senza alcuna indicazione su quando e come i negoziati potrebbero riprendere. Il consenso necessario per adottare un trattato internazionale è rimasto irraggiungibile, lasciando la comunità internazionale ancora una volta senza gli strumenti legali necessari per affrontare una crisi che non conosce confini nazionali.

    Le quattro fratture irriconciliabili

    Il fallimento di Ginevra è stato causato da quattro divisioni fondamentali che hanno reso impossibile qualsiasi compromesso significativo.

    La prima e più profonda frattura riguarda l’ambito stesso del futuro trattato. Da una parte si è schierata una coalizione di paesi che interpreta il mandato dell’Assemblea ONU per l’Ambiente come un invito a affrontare “il ciclo di vita completo della plastica”, dalle materie prime petrolchimiche fino allo smaltimento finale. Questi stati, guidati principalmente da paesi europei, africani e piccole nazioni insulari, sostengono che limitarsi alla gestione dei rifiuti equivale a “pulire il pavimento mentre il rubinetto della produzione è ancora aperto”, come ha sintetizzato un delegato durante i lavori. Dall’altra parte, un gruppo di paesi produttori di petrolio e alcune economie emergenti hanno insistito per escludere la produzione dall’accordo, sostenendo che il trattato deve combattere l’inquinamento da plastica, non limitare la produzione industriale.

    Strettamente collegata a questa divisione è la questione dei controlli sulla produzione. Il Gruppo dei Paesi Arabi, sostenuto da Iran e Iraq, ha chiesto esplicitamente che l’articolo sulla produzione sostenibile fosse discusso separatamente, segnalando la sensibilità del tema.

    Il terzo nodo irrisolto è il finanziamento dell’implementazione del futuro accordo. I paesi sviluppati hanno preferito un approccio che combini l’esistente Fondo per l’Ambiente Globale con partenariati pubblico-privati e contributi volontari, un modello che mantiene il controllo sui flussi finanziari e limita gli impegni obbligatori. I paesi in via di sviluppo, invece, hanno richiesto la creazione di un fondo dedicato e indipendente, alimentato da contributi regolari e obbligatori dai paesi sviluppati, richiamando il principio di responsabilità storica per l’inquinamento da plastica. La questione si è complicata ulteriormente con la proposta di includere tra i donatori anche paesi in via di sviluppo con industrie di produzione delle plastiche, una proposta che ha suscitato forti resistenze da alcuni di questi stati che temono di essere penalizzati.

    Infine, il processo decisionale stesso è diventato motivo di attrito. Un gruppo di 120 paesi ha proposto di abbandonare la regola del consenso per le decisioni sostanziali, introducendo il voto a maggioranza dei due terzi quando tutti gli sforzi per raggiungere l’unanimità si sono esauriti. Questa proposta, nata dai continui blocchi di minoranze di paesi, è stata respinta da coloro che vedono nel consenso una garanzia contro decisioni imposte dall’alto. Parallelamente, le critiche alle modalità di lavoro hanno creato un clima di sfiducia che ha permeato l’intero processo negoziale. Molti delegati hanno lamentato consultazioni ristrette e la preparazione di testi senza un’adeguata inclusione delle posizioni di tutti gli stati membri.

    Queste quattro fratture derivano da visioni incompatibili e la diplomazia internazionale si è rivelata incapace di superare logiche nazionali che antepongono interessi economici immediati alla necessità di un’azione collettiva urgente.

    Il processo negoziale

    La gestione dei negoziati di Ginevra è stato motivo di scontro e difficoltà.

    Le prime tensioni sono emerse già durante la prima settimana, quando diversi gruppi regionali hanno contestato le modalità di lavoro adottate. I delegati hanno lamentato una mancanza di trasparenza nelle consultazioni e nell’organizzazione dei gruppi di lavoro, accusando approcci che non riflettevano adeguatamente la diversità delle posizioni nazionali. Questa situazione si è aggravata quando, a metà della seconda settimana, sono stati chiusi i gruppi di contatto tecnici che stavano lavorando su ciascun articolo, sostituendoli con consultazioni informali di cui molti stati non avevano piena visibilità.

    Il 13 agosto, quando ormai rimanevano solo due giorni di negoziati, il presidente Vayas ha presentato una bozza che ha immediatamente scatenato una levata di scudi. Decine di delegazioni, dal Cile al Panama, dall’Unione Europea all’alleanza dei piccoli stati insulari, dal Kenya alle Filippine, hanno espresso “profonda delusione” per un documento che sembrava disconoscere il lavoro svolto nei gruppi tecnici durante le due settimane precedenti.

    Nelle ore successive Vayas ha tentato di portare avanti consultazioni regionali e bilaterali. Contemporaneamente, un gruppo ristretto di 15 paesi, co-presieduto da Cile e Giappone, ha lavorato intensamente per identificare dei compromessi sui quattro temi più controversi (produzione, finanziamento, prodotti plastici e processo decisionale) ma, a loro giudizio, questi non sono stati adeguatamente incorporati nella versione finale.

    Alle 00:48 del 15 agosto, Vayas ha fatto circolare una nuova bozza di testo e, quattro ore più tardi, alle 6:12 del mattino, una sessione plenaria di emergenza ha dovuto constatare che nemmeno questa seconda versione riusciva a ottenere il consenso necessario. Il Giappone, in particolare, ha espresso pubblico “rammarico” per il fatto che il lavoro del gruppo ristretto non fosse stato “adeguatamente riflesso” nel testo finale.

    Al termine dei dieci giorni di Ginevra, i delegati si sono trovati paradossalmente con quattro diversi documenti sul tavolo e questa proliferazione di versioni ha creato confusione, con i paesi divisi su quale documento dovrebbe servire come base per eventuali futuri negoziati.

    Il collasso del processo negoziale a Ginevra non è stato quindi solo il risultato delle divisioni sostanziali tra i paesi, ma anche di una difficile relazione diplomatica, necessaria per superare le divergenze rimaste.

    Prospettive future

    L’aggiornamento sine die della sessione di Ginevra ha lasciato il processo negoziale in una condizione di incertezza. Al momento, infatti, non esiste alcuna data fissata per una eventuale INC-5.3, e la confusione procedurale ereditata dai quattro documenti disponibili complica ulteriormente la ripresa dei lavori.

    Le opzioni strategiche disponibili per il futuro sono essenzialmente tre, ciascuna con vantaggi e rischi specifici.

    La prima è la ripresa diretta dei negoziati dell’INC, probabilmente in una INC-5.3 che dovrebbe affrontare non solo le questioni sostanziali irrisolte ma anche sanare le fratture procedurali emerse a Ginevra. Molti delegati hanno sottolineato la necessità di “imparare le lezioni” dall’esperienza svizzera, adottando modalità di lavoro diverse.

    La seconda opzione prevede un ritorno all’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEA) per ottenere un nuovo mandato negoziale. Alcuni stati hanno ventilato questa possibilità durante le dichiarazioni finali a Ginevra, ma c’è il rischio concreto che un processo di rinegoziazione del mandato possa ulteriormente restringere l’ambito dei futuri negoziati, limitandoli alla sola gestione dei rifiuti plastici e escludendo definitivamente questioni controverse come la produzione e le sostanze chimiche pericolose.

    La terza strada è quella delle coalizioni di paesi volenterosi, che potrebbero procedere con accordi parziali in attesa di un eventuale allargamento successivo. Questo approccio pragmatico potrebbe permettere ai paesi più ambiziosi di iniziare ad agire concretamente contro l’inquinamento da plastica, creando pressione sui paesi ritardatari. D’altro canto questo rischia anche di frammentare ulteriormente la governance globale su una questione che richiede una risposta coordinata universale.

    Come ha sintetizzato un delegato nelle dichiarazioni finali di Ginevra, “non possiamo permetterci di sprecare nemmeno un minuto nella battaglia contro l’inquinamento da plastica” ma bisogna trasformare questa consapevolezza in volontà politica concreta, superando le divisioni nazionali che hanno finora prevalso.

    Fonti:
    Trattato globale sulla plastica: cosa aspettarsi dai negoziati di Ginevra 2025
    https://enb.iisd.org/sites/default/files/2025-08/enb3643e.pdf
    https://enb.iisd.org/plastic-pollution-marine-environment-negotiating-committee-inc5.2-summary#brief-analysis-inc-52

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